lunedì 13 giugno 2011

Motivazioni etiche della scelta vegan



«Re degli animali - ecco come l'uomo definisce se stesso - direi piuttosto re delle bestie, essendo tu stesso la più grande,  in quanto le allevi affinché ti concedano i loro figli per riempire il tuo stomaco, che tu hai reso una tomba per tutti gli animali. […] Verrà il tempo in cui l'uomo non dovrà più uccidere per mangiare ed anche l'uccisione di un solo animale sarà considerata un grave delitto.»
- Leonardo da Vinci -

«Per me la vita di un agnello non è meno preziosa di quella di un essere umano. Sarei restio ad ammazzare un agnello per sostenere il corpo umano. Trovo che più una creatura è indifesa, più ha il diritto ad essere protetta dall'uomo dalla crudeltà degli altri uomini.»
- Gandhi

«Gli animali vanno rispettati e non uccisi per poi mangiarli. Si tratta di una scelta che ho fatto molto tempo fa, perché sono fermamente convinto che gli uomini non abbiano diritto di provocare la sofferenza e la morte degli altri esseri viventi»                          
- Umberto Veronesi –

«Quella che chiamiamo eufemisticamente "carne" sono in verità pezzi di cadaveri, di animali morti, morti ammazzati. Perché fare del proprio stomaco un cimitero? […] La sola vista di una bistecca ormai mi ripugna, l’odore di una che cuoce mi dà la nausea e l’idea che uno possa allevare delle bestie solo per assassinarle e mangiarsele mi ferisce.»    
- Tiziano Terzani, "Un altro giro di giostra" –

«Noi siamo le tombe viventi di bestie assassinate per soddisfare i nostri appetiti […] noi ci rimpinziamo di cadaveri. Simili a corvi, noi viviamo e ci nutriamo di carne, indifferenti alla sofferenza e al dolore che noi così facendo causiamo»                              
 - George Bernard Shaw, scrittore e drammaturgo irlandese -


Sfruttare e massacrare sistematicamente esseri appartenenti ad altre specie è un atto di violenza brutale e lo facciamo solo perché abbiamo il potere di farlo, non perché ne abbiamo il diritto.

Il Nobel per la letteratura Isaac Bashevis Singer ha definito la discriminazione in base alla specie, lo specismo, ‘la più estrema forma di razzismo’.

Ancora fino a non molto tempo fa, erano le differenze di razza a rendere giustificabile la schiavitù, uno dei peggiori crimini perpetrati dall’umanità. Dopo secoli di soprusi, siamo finalmente riusciti a capire che i neri hanno gli stessi diritti dei bianchi, così come le donne degli uomini: per le stesse ragioni, dovremmo superare definitivamente anche il pensiero specista.

«Rifiutando il concetto di schiavitù umana si arriva, per onestà intellettuale, ad ammettere anche l'ingiustizia della schiavitù nei riguardi degli animali.»      
- Dacia Maraini, scrittrice -

Il filosofo e giurista Jeremy Bentham, ne "I principi della morale e della legislazione", individua l’esistenza di uno stretto legame fra razzismo e specismo e sottolinea come le caratteristiche biologiche non possano costituire un criterio sufficiente per discriminare tra esseri senzienti - equivalenti sul piano etico - negando ad alcuni l’accesso agli inalienabili diritti: «Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere irrimediabilmente abbandonato ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro, sono motivi ugualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso destino!».

Gli animali sono creature dotate di sensibilità, con lo stesso tipo di sensazioni, emozioni, sentimenti e desideri nostri. Nonostante ciò, la quasi totalità dei prodotti animali proviene da allevamenti intensivi – il cui unico scopo è quello di raggiungere la massima produttività nel minor tempo possibile – in cui gli animali sono detenuti, all’interno di enormi capannoni di cemento, senza alcun rispetto per le loro esigenze fisiologiche e comportamentali.

Essi, che sono più istintivi di noi, non hanno la possibilità di vedere la luce del giorno, stare all’aria aperta, respirare l'aria fresca, sentire il sole sulla pelle: i maiali da ingrasso, per esempio, subito dopo lo svezzamento, vengono trasferiti in box di cemento (dove completano il loro ciclo vitale in soli 6 mesi, mentre in natura vivrebbero 15-20 anni); non hanno, quindi, la possibilità di esplorare e scavare nel terreno, rotolarsi nel fango e nell’acqua, prendere il sole, come in natura sono abituati a fare, e sono obbligati a urinare e defecare nello spazio in cui dormono e mangiano, cosa che, in condizioni naturali, non farebbero mai, perché sono animali molto puliti, addirittura schizzinosi.

All’interno dei capannoni industriali, non solo la luce è artificiale, ma, spesso, viene fornita in modo innaturale, come nel caso dei polli da ingrasso, che vengono allevati con luce costante, per indurli ad alimentarsi di continuo, il che impedisce loro la necessaria dose di riposo, o come nel caso delle galline ovaiole, alle quali viene fornita illuminazione per 16-17 ore al giorno, alterando così il fotoperiodo (il rapporto di ore di luce e di buio a cui sono sottoposte), allo scopo di indurle - dato che sono sensibili alla lunghezza del giorno e, in natura, producono pochissime uova nelle brevi giornate autunnali e invernali – a produrre uova tutti i giorni (questo alto tasso produttivo provoca loro gravi patologie, tra le quali le più ricorrenti sono cancro agli ovidotti e debolezza ossea con conseguenti fratture, causata dall’elevato fabbisogno di calcio per la sintesi del guscio).

Gli animali da allevamento sono rinchiusi in condizioni di costante sovraffollamento - ogni capannone conta migliaia di individui - privati della libertà di movimento, a diretto contatto l’uno con l’altro, come nel caso

  

  

   

dei vitelli da ingrasso, dei maiali, della maggior parte dei volatili, dei conigli e delle mucche da latte, oppure in gabbie o box singoli, in alcuni casi addirittura incatenati.  

Le scrofe da riproduzione - che vivono circa 2 anni, mentre in natura potrebbero raggiungere i 18 anni – vengono inseminate artificialmente a ciclo


continuo e trascorrono la maggior parte della loro vita in gabbie anguste, le gabbie di gestazione, dalle quali, quando sono in procinto di partorire, vengono trasferite nelle cosiddette gabbie parto, all’interno
 

delle quali giacciono, completamente immobilizzate, riverse su un fianco, per tutto il periodo dello svezzamento (40-50 giorni); questo procura loro piaghe infette, grandi anche alcuni centimetri, e la frustrazione per la loro condizione le induce a mordere continuamente le sbarre della gabbia.

Nell'allevamento del vitello da carne bianca, i cuccioli allontanati dalla madre subito dopo la nascita, sono rinchiusi in minuscoli box singoli, senza possibilità di socializzare con altri individui, e sono spesso legati a una catena di 30cm circa, impossibilitati nei movimenti tranne che per il coricarsi e l’alzarsi.

La quasi totale immobilità dei vitelli è volta a impedire che essi irrobustiscano troppo i muscoli, rendendo la carne meno tenera, quindi meno gradita agli esigenti consumatori della ‘fettina’, ed è indispensabile anche, come l’alimentazione carente di ferro, per renderli anemici e far sì che la loro carne – che con un’alimentazione adeguata assumerebbe un normale colore rosso, andando così contro le richieste di mercato – sia innaturalmente bianca.

Gli animali negli allevamenti intensivi sono costretti a stazionare su substrati inadeguati, come cemento o superfici grigliate, che hanno lo scopo di facilitare le operazioni di pulizia, ma che spesso rendono difficoltoso e doloroso lo spostamento e il riposo. A causa di ciò, i bovini da ingrasso e le vacche da latte presentano spesso lacerazioni e infiammazioni alle articolazioni, nonché zoppie.


Analogamente, le zampe delle galline, costantemente a contatto con la griglia di fondo della gabbia in cui sono rinchiuse, spesso subiscono lacerazioni o crescono deformi.

Gli animali da allevamento non hanno la possibilità di crearsi un rifugio, il che è fonte di grande stress per alcuni di loro, come il coniglio, che, per la sua natura schiva, necessita di una tana in cui rifugiarsi.


Le loro condizioni di alimentazione sono inadeguate, come nel caso dei vitelli da carne bianca, che non hanno la possibilità di alimentarsi con cibo solido, necessario per lo sviluppo del rumine, il che crea diversi problemi di digestione e comportamenti stereotipati (l’arrotolamento della lingua, il leccare le sbarre del box e la pulizia ossessiva del corpo), oppure forzate, come nel caso degli animali da carne in genere, ingrassati in alcuni casi fino all’immobilità e sottoposti a continue terapie ormonali, che hanno lo scopo di accelerarne la crescita dei tessuti muscolari, e come nel caso estremo delle oche e delle anatre destinate alla produzione del famoso ‘paté de foie gras’, le quali vengono sottoposte al cosiddetto ‘gavage’ o ingozzamento: rinchiuse in gabbie che le fasciano completamente, vengono immobilizzate e ingozzate con l’ausilio di un tubo di metallo, che viene inserito nel becco e spinto giù fin nell’esofago, in modo da veicolare, con una pompa idraulica o pneumatica, una quantità di cibo abnorme, che non ingerirebbero mai spontaneamente. Il gavage viene praticato per 2-3 settimane, 2 volte al giorno nelle oche e ben 4 volte al giorno nelle anatre, dopodiché gli animali vengono inviati al macello. Le conseguenze di questa procedura estremamente invasiva sono devastanti per gli animali, i quali subiscono traumi psicologici e danni fisici, che si manifestano con lesioni e infezioni del tubo digerente, a causa dei ripetuti inserimenti ed estrazioni del tubo metallico, difficoltà respiratorie, a causa della compressione delle sacche polmonari - per cui anche il semplice atto di respirare diviene difficoltoso e doloroso - convulsioni, soffocamento per vomito, emorragie, attacchi cardiaci, cirrosi epatica (il loro fegato aumenta di peso dalle 7 alle 10 volte). Il tasso di mortalità di questi animali è di 20 volte superiore alla norma.

    Gli animali reclusi negli allevamenti sono molto spesso costretti a
    vivere in presenza costante di scarti di cibo, urine ed escrementi,
   i quali esalano, oltre al forte odore, ammoniaca e altri gas, che rendono
   difficile la respirazione agli animali e provocano irritazioni e infezioni al
   loro apparato respiratorio.

    Essi sono imbottiti di farmaci e antibiotici che permettono loro di
    sopravvivere, in queste condizioni innaturali estreme, quel tanto che
    basta per raggiungere il peso conveniente per la macellazione.

Gli animali sfruttati in questo modo manifestano frequentemente segni di malessere: movimenti stereotipati (mordere ossessivamente le sbarre,


masticare a vuoto, alzarsi e sedersi di continuo, grattarsi ripetutamente contro le strutture, raspare il pavimento, grufolare nella mangiatoia vuota, scuotere la testa e bere la propria urina), depressione, comportamenti di autolesionismo, cannibalismo della madre verso i piccoli, come nel coniglio, e aggressività interspecifica, che rende necessario mutilarli sistematicamente, perché non si feriscano reciprocamente.

Le galline ovaiole, per esempio, stipate in gran numero all’interno di minuscole gabbie, senza nemmeno la possibilità di aprire le ali, diventano stressate e aggressive, al punto che spesso si feriscono e uccidono fra loro. Il taglio del becco, pratica comune negli allevamenti, serve a limitare questo problema; è stato ampiamente dimostrato che le galline, a seguito del debeccaggio, provano ipersensibilità e disagio cronici.

Il brano che segue è tratto dal libro “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?” di Jonathan Safran Foer.


«Una gabbia per galline ovaiole concede in genere a ogni animale una superficie all’incirca di quattro decimetri quadrati: uno spazio grande poco meno di un foglio A4. Le gabbie sono accatastate in pile da tre a nove in capannoni privi di finestre.
Entra mentalmente in un ascensore affollato, un ascensore così affollato che non riesci a girarti senza sbattere (esasperandolo) contro il tuo vicino. Un ascensore così affollato che spesso rimani sollevato a mezz’aria. Il che è una specie di benedizione, perché il pavimento inclinato è fatto di fil di ferro che ti sega i piedi. Dopo un po’ quelli che stanno nell’ascensore perderanno la capacità di lavorare nell’interesse del gruppo. Alcuni diventeranno violenti, altri impazziranno. Qualcuno, privato di cibo e speranza, si volgerà al cannibalismo.
Non c’è tregua, non c’è sollievo. Non arriverà nessun addetto a riparare l’ascensore. Le porte si apriranno una sola volta, al termine della tua vita, per portarti nell’unico posto peggiore...»

Anche i maiali – che, per natura, sono gregari, sviluppano affetto per altri animali della loro specie o di altre specie e per gli esseri umani, da cui amano farsi coccolare e accarezzare a causa del continuo stress cui sono sottoposti, molto spesso manifestano gravi patologie comportamentali, che li rendono aggressivi al punto da aggredirsi, divorandosi l’un l’altro la coda, le orecchie e il muso; per questo motivo è consuetudine tagliar loro i denti, la coda, le orecchie e i testicoli (la castrazione viene effettuata anche perché la loro carne assumerebbe, altrimenti, un sapore troppo forte per i palati degli amanti del prosciutto); queste operazioni (pratica analoga è il taglio delle corna nei bovini), che dovrebbero essere svolte da un veterinario, vengono, invece, per ovvi motivi economici, portate a termine da semplici operai, che spesso non ricorrono ad alcuna anestesia.

Di seguito, vengono riportate due eloquenti testimonianze di allevatori americani di suini, tratte dal testo “Diet for a New America” di John Robbins, che confermano le vergognose condizioni di detenzione degli animali negli allevamenti intensivi:

«Sono animali intelligenti, gentili, puliti, amichevoli, a patto solo di dargli un minimo spazio vitale e di alimentarli col cibo giusto. Purtroppo non possiamo permetterci di trattarli bene. Queste stalle moderne, che abbiamo comprato con grossi sacrifici, costano molto. E alla fine siamo costretti a metterceli dentro uno sopra l’altro in condizioni impossibili e a dargli da mangiare le peggiori porcherie immaginabili

«Scusami se ti ho mandato a quel paese. So benissimo che, da animalista quale sei, staio facendo al meglio il tuo lavoro e cerchi persino di farmi capire che è sbagliato quanto sto facendo e come lo sto facendo. Il problema è che a indispormi non è tanto la tua ovvia posizione anti-carne, quanto la pretesa di insegnare a me cose che io già conosco cento volte meglio di tutti voi, vivendo da anni in mezzo ai suini. Conosco a memoria i miei difetti e le mie manchevolezze. Non c’è alcun bisogno che tu venga a raccontarmeli. Questi maialini, questi animali che noi tutti immaginiamo sempre come prosciutti viventi, sono davvero delle creature magnifiche, dal carattere eccezionalmente buono e socievole. Sono meglio di noi uomini, vegetariani e macellai messi assieme. Non offendono e non feriscono nessuno. Sono gioiosi, giocherelloni, leali, affezionati. Probabilmente sono gli esseri più civili esistenti sulla Terra. Mentre noi li trattiamo come, come… Non so nemmeno trovare la parola giusta» - l’allevatore si passa la manica sugli occhi - «Nessun criminale e nessun serial killer al mondo meriterebbe il trattamento che stiamo riservando a queste pacifiche bestiole. Il dramma è che non sappiamo nemmeno noi cosa fare. E’ una vergogna, una terribile vergogna. Siamo schiavi e prigionieri di questa attività sporca e malandrina. Vuoi sapere una cosa? I veri maiali siamo noi. A volte vorrei andare sotto terra dal disprezzo che provo per me medesimo e per la società cui appartengo. Non ho alcun bisogno di essere criticato dall’esterno. Non riesco nemmeno a guardarmi allo specchio per la ripugnanza che provo nei riguardi di me stesso. Gli diamo persino da mangiare la loro stessa cacca, mescolata ovviamente con antibiotici, sulfamidici e altre schifezze da laboratorio.».  

E quale sia il destino dei maiali d’allevamento è raccontato con dovizia di particolari nel fumetto di Andrea Malgeri “R(E)volution. La rivolta dei maiali”, che trasporta il lettore in uno scenario ben noto alla storia collettiva, paragonando i mattatoi ai campi di sterminio nazisti e il massacro dei maiali all’olocausto

Forse i riferimenti fumettistici più immediati sono “Maus” di Art Spiegelman, che ricostruisce la tragedia dell’Olocausto, sulla base dei racconti del padre sopravvissuto ad Auschwitz, raffigurando i personaggi in forma animale, e il Dylan Dog n. 83, “Doctor Terror”.

«Chi ha assistito in campagna allo scannamento di un maiale non potrà mai più mangiare la sua carne: quegli strilli da bambino, quell'angoscia di fronte all'esecuzione imminente, quei suoi inutili tentativi di resistere, di opporsi puntando le zampe sulla terra, ci sono penetrati nella coscienza esattamente allo stesso modo che le immagini delle guerre e dei bombardamenti, delle sedie elettriche e dei campi di concentramento.»
- Marco Lodoli, scrittore e giornalista italiano -

«Una mostruosità del nostro secolo è stata la costituzione degli allevamenti intensivi e lo sviluppo di una complessa disciplina di tortura che si chiama zootecnia. Il lager zootecnico non solo ha rimosso qualsiasi senso di responsabilità umana nei confronti degli animali domestici, ma ha fatto di più: ha volutamente ignorato le loro caratteristiche di esseri senzienti. Questa attività è letteralmente un crimine legalizzato.» 
- Roberto Marchesini, medico veterinario e zooantropologo -


L’accostamento tra l’eterno massacro perpetrato dall’uomo nei confronti degli animali da allevamento e lo sterminio nazista degli ebrei - senza sminuire ovviamente la portata di quest’ultimo, ma, al contrario, facendolo assurgere a snodo fondamentale del male del mondo, per prevenirne di futuri - viene, sempre più spesso, proposto nel dibattito culturale.


Già Theodor Adorno, filosofo ebreo tedesco costretto all’esilio dal nazismo, scriveva: «Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali.».

Analogamente, negli scritti di Margherite Yourcenar si legge: «Ci sarebbero meno bambini martiri, se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l'abitudine ai furgoni dove gli animali agonizzano senza cibo e senz'acqua diretti al macello.».

Il filosofo austriaco Helmut Kaplan afferma: «I nostri nipoti un giorno ci chiederanno: "Dov'eri tu durante l'Olocausto degli animali? Che cosa hai fatto per fermare questi crimini orribili?" A quel punto, non potremo usare la stessa giustificazione per la seconda volta, dicendo che non lo sapevamo.».



Il libro “Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto” di Charles Patterson (storico e docente alla Columbia University di New York e alla International School for Holocaust Studies di Gerusalemme, che ha svolto attività di revisore per diversi libri e film sull'Olocausto) è una denuncia, innanzitutto, dell'indifferenza con la quale si considera la sofferenza animale nel mondo contemporaneo del consumismo e della globalizzazione «L’abuso e lo sfruttamento degli animali nella nostra società, grazie alla rimozione, all’indifferenza e alle usanze incivili che risalgono alle nostre origini primitive, sembrano aspetti inesorabilmente eterni. […] che cosa facciamo per fermare questo continuo massacro di innocenti che avviene in mezzo a noi, senza pietà, giorno dopo giorno? Per quanto tempo ancora permetteremo che accada questo sterminio di massa industrializzato senza alzare le nostre voci di protesta?»; in secondo luogo, delle incredibili, ma innegabili somiglianze tra il modo in cui i nazisti trattavano le loro vittime e il modo in cui, nella società attuale, noi trattiamo gli animali da allevamento.
Il romanzo di Patterson è ricco di testimonianze di ex internati nei lager, di loro parenti e addirittura di qualche ex aguzzino, tutti diretti conoscitori dell’atrocità dell'Olocausto, che non esitano a stabilire un’intima connessione tra questo e lo sterminio degli animali da allevamento: «La maggioranza dei sopravvissuti all'Olocausto sono carnivori che non si preoccupano della sofferenza degli animali più di quanto i tedeschi si siano preoccupati della sofferenza degli ebrei. Che cosa significa tutto questo? Ve lo spiego. Significa che non abbiamo imparato niente dall'Olocausto. Niente. E' stato tutto inutile. Non c'è speranza.» (Albert Kaplan, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti prima dell'avvento del nazismo).
Lo stesso comandante di Treblinka, Franz Stangl, fuggito in Brasile dopo la guerra, in un'intervista, riferisce di aver pensato, alla vista di alcune mucche nel recinto di un mattatoio: «Guarda, mi ricorda la Polonia; era proprio così che appariva la gente, piena di fiducia, un momento prima che finisse nelle scatole... dopo d'allora non riuscii più a mangiare carne in scatola. Quei grossi occhi... che mi guardavano... senza sapere che di lì a poco sarebbero stati tutti morti.».

Il titolo del libro di Patterson, d’altra parte, è tratto dal racconto “L’uomo che scriveva lettere” di Isaac Bashevis Singer, ebreo esule dalla Germania nazista e premio Nobel per la Letteratura nel 1978, in cui si legge: «Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali


Treblinka dura in eterno. Fino a che gli esseri umani continueranno a spargere il sangue degli animali, non ci sarà alcuna pace. C'è solo un piccolo passo da fare dall'uccidere degli animali al costruire camere a gas di stampo hitleriano e campi di concentramento di stile staliniano... non ci sarà giustizia fino a che un uomo brandirà un coltello o un'arma per distruggere coloro che sono più deboli di lui.».

Un altro prwemio Nobel (2003), lo scrittore sudafricano John M. Coetzee, ne "La Vita degli animali" scrive, a proposito della crudeltà con cui l'uomo tratta gli animali: «Siamo circondati da un'impresa di degradazione, crudeltà e sterminio che può rivaleggiare con ciò di cui è stato capace il Terzo Reich, anzi, può farlo apparire poca cosa al confronto, poiché la nostra è un'impresa senza fine.». 

Massimo Filippi, fondatore di Oltre la specie, che si occupa di neuroscienze e filosofia, scrive: «I diritti umani sono disegnati al fine di prevenire il ripetersi degli orrori del nazismo, orrori appunto istituzionalizzati, razionalizzati, organizzati, industrializzati. E dove oggi troviamo violenza e discriminazione istituzionalizzate se non nel modo in cui trattiamo gli animali non umani? Esiste un’industria altamente razionalizzata e organizzata che uccide 50 miliardi di animali ogni anno solo per fini alimentari nel totale disinteressamento di noi tutti. È, infatti, caratteristica essenziale della violenza istituzionalizzata quella di essere invisibile: passavano inosservati i treni che andavano a Treblinka così come passano inosservati sulle nostre autostrade i camion pieni di animali destinati al mattatoio.».

Accostano il massacro degli animali da allevamento a quello degli ebrei e ne sottolineano la tragica invisibilità, anche altre due significative testimonianze di sopravvissuti all’Olocausto:

«Da ebreo cristiano cresciuto in una quartiere pieno di sopravissuti dell'Olocausto e di gente che ha perduto i suoi cari, non penso di banalizzare il loro dolore. Ma non sono forse i macelli, gli allevamenti intensivi e i laboratori di ricerca, così accuratamente nascosti alla nostra vista, le Auschwitz di oggi? Dolore, violenza e sofferenza sono più accettabili solo perché inflitti ad animali innocenti che a persone innocenti?»
- Steward David, attivista per i diritti degli animali -

«Ho sempre sentito che c'era qualcosa di eticamente ed esteticamente osceno nel prendere un bell'animale senziente, colpirlo alla testa, tagliarlo a pezzi e rimpinzarmi […] Nel pieno della nostra vita edonistica, ostentata e tecnologica, tra gli splendidi monumenti della storia, dell'arte, della religione e del commercio, esistono delle "scatole nere". Queste "scatole nere" sono i laboratori di ricerca biomedica, gli allevamenti e i macelli: aree separate, anonime, dove la nostra società conduce i suoi sporchi affari fatti di violenza e sterminio di innocenti esseri senzienti. Queste sono le nostre Dachau, Buchenwald e Birkenau. Come i bravi cittadini tedeschi, abbiamo le idee chiare su cosa accade lì dentro, ma non vogliamo saperne nulla.» 
- Alex Hershaft, vegetariano –

Gli animali sono in grado di provare dolore, tristezza, angoscia e paura, nello stesso modo e con la stessa intensità di noi umani: quando vengono condotti al macello, sentendo l’odore del sangue, udendo le strida e i lamenti dei loro fratelli scannati o addirittura vedendoli morire prima


di loro, tremano, se la fanno addosso per la paura, proprio come facciamo noi quando siamo pazzi di terrore al pensiero di venire feriti o uccisi, e, se si tende la mano per toccarli, si scostano terrorizzati; non è raro, per esempio, che i maiali, in attesa della macellazione, abbiano un attacco cardiaco o non riescano più a muoversi.

«Tutti gli esseri tremano di fronte alla violenza. Tutti temono la
morte. Tutti amano la vita.»
- Buddha –

Gli animali differiscono dagli esseri umani per molti aspetti, ma con gli uomini condividono l’unica caratteristica moralmente rilevante, quando si tratta di stabilire se sia giusto ucciderli: la capacità di soffrire.

«Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà della ragione, o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è: “Possono ragionare?”, né: “Possono parlare?”, ma: “Possono soffrire?.
- Jeremy Bentham -

«Se l'unica fragile barriera tra il rimanere vivi e l'essere uccisi fosse la consapevolezza di sé, che fine farebbero i neonati, i ritardati mentali, i cerebrolesi, quelli in coma e i malati di Alzheimer? […] Gli animali provano emozioni, dolore, paura. Che diritto abbiamo di strappare l'agnellino alla pecora per gustare un cosciotto di agnello, e il vitello alla mucca per avere le "fettine" che le mamme umane amano tanto per i propri figli? Non credo che le mie siano idee romantiche, senza fondamento. Ricordo ancora una sconvolgente inchiesta sul vero e proprio terrore che si impadronisce degli animali portati al macello, quando arrivano in prossimità del mattatoio. Smettiamola di dire che gli animali "non capiscono".» 
- Umberto Veronesi –

«Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un'estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire?» 
- Norberto Bobbio, filosofo e storico, considerato uno dei maggiori intellettuali del XX secolo -

«Gli animali umani che incarcerano, mangiano e sfruttano gli animali non umani fingono che questi non sentano dolore. E’ necessaria infatti una netta distinzione tra noi e loro se vogliamo farne ciò che vogliamo, se li indossiamo e li mangiamo senza avvertire rimorsi o sensi di colpa.» 
- Carl Sagan e Ann Druyan, scienziati, "Shadows of Forgotten Ancestors" -

E’ questa stessa necessità di ‘rimozione che, nella nostra società, porta a nascondere la brutalità dei macelli: noi non vediamo gli animali soffrire e morire, perché la loro sofferenza e la loro morte avvengono in luoghi nascosti alla nostra vista.

«Se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani» 
- Tolstoj –


Ed è una morte preceduta da un trasporto che avviene in condizioni terribili: gli animali sono costretti a spostamenti anche di migliaia di chilometri, che possono durare anche 2 o 3 giorni (ben oltre, quindi, le già inaccettabili 28 ore consentite dalla legge), come nel caso degli agnelli e dei cavalli - spesso animali da lavoro, vecchi, lesionati o malati – i quali provengono, nella maggior parte dei casi, dall’Est Europa e dalla Spagna; gli animali sono stipati all’inverosimile nei camion che li trasportano, senza potersi muovere e, spesso, costretti in posture innaturali, come nel caso degli agnelli - caricati su più livelli - per molti dei quali il soffitto è troppo basso, per cui vi urtano con la testa o addirittura con la schiena.

 

Nella stragrande maggioranza dei casi, gli animali non hanno a disposizione lettiera su cui poggiare, per cui calpestano i propri escrementi, non possono godere di soste per bere o per mangiare e sono costretti sotto il sole cocente delle giornate estive o nel gelo delle notti invernali.


Molti, durante il trasporto, cadono e spesso non riescono a rialzarsi, per cui vengono calpestati, subendo varie fratture; altri rimangono incastrati nelle parti metalliche dei camion, venendo liberati sono alla fine del trasporto.
 

Molti animali arrivano a destinazione morti o in gravissime condizioni; spesso così debilitati da non riuscire nemmeno ad alzarsi.

 


In questi casi vengono “stimolati” con bastoni e pungoli elettrici e, nel caso in cui ciò non produca l’effetto desiderato, trascinati fuori dai camion, strattonandoli per la coda e per le orecchie o agganciandoli


con corde e catene alle narici e agli arti, spesso fratturati, e procurando loro, in tal modo, ulteriori sofferenze e lesioni.
 

(Per farsi un’idea delle condizioni di trasporto degli animali: http://www.trasportoanimali.it/n/allegati/4%20Casi%20di%20Studio%20per%20il%20Sito.pdf e http://www.animals-angels.org/index.php?pageID=207&events:page=2&events_calendar:year=&events_calendar:month=&events:country=Italia&events).

Il brano che segue è tratto dal racconto “Una mucca a terra: questa storia vi cambierà la vita”. [Fonte: www.goveg.com/downedcow.asp]
«Il camion che trasportava questa mucca fu scaricato al Walton Stockyards nel Kentucky una mattina di un giorno di settembre. Dopo che gli altri animali furono fatti scendere dal camion, lei era rimasta indietro, incapace di muoversi. I lavoratori del mattatoio le applicarono come d'abitudine il pungolo elettrico sulle orecchie per spronarla ad uscire dal camion, poi la picchiarono e le tirarono calci sul muso, nelle costole, sulla schiena, ma lei non si mosse.
Allora le strinsero una corda attorno al collo, legarono l'altro capo ad un bastone piantato nel terreno e fecero avanzare il camion. La mucca fu trascinata sul pavimento del camion e cadde a terra, rompendosi entrambe le zampe posteriori ed il bacino. Rimase lì fino alle sette e mezza del pomeriggio.
Per le prime tre ore, rimase lì, urlando sotto il sole cocente. Ogni tanto, dopo aver urinato o defecato, si trascinava con le zampe anteriori sul sentiero di ghiaia per spostarsi in un posto pulito. Provò anche a spostarsi verso una zona ombreggiata, ma non riuscì ad arrivare così lontano. Dopotutto, poteva muoversi solo per una decina di metri.
Gli operai del mattatoio non le diedero da bere e l'unica acqua che la mucca ricevette le fu data da Jessie Pierce, un'attivista locale. Era arrivata verso mezzogiorno, dopo essere stata avvisata da una testimone che aveva assistito all'accaduto. Dato che i lavoratori non si dimostrarono disposti a collaborare con lei, chiamò la polizia della contea di Kenton. Il poliziotto che arrivò era stato avvisato dai suoi superiori di non fare nulla; se ne andò verso l'una del pomeriggio.
Un operaio del mattatoio avvisò l'attivista che aveva ricevuto dalla compagnia di assicurazioni l'autorizzazione per abbattere la mucca, ma che non l'avrebbe fatto finché lei non se ne fosse andata. Jessie era dubbiosa sul fatto che l'operaio avrebbe mantenuto la parola, ma se ne andò verso le 15.
Quando tornò, verso le 16:30, trovò il mattatoio deserto. Tre cani stavano attaccando la mucca, che era ancora viva. Aveva subito numerose ferite, e l'acqua da bere le era stata portata via. Jessie contattò allora la polizia di stato. Quattro ufficiali arrivarono alle 17:30. L'agente Jan Wuchner avrebbe voluto sparare alla mucca, ma gli fu detto che sarebbe arrivato un veterinario ad ucciderla. I due veterinari dello stabilimento si rifiutarono di praticarle l'eutanasia; dissero che per preservare il valore della carne, la mucca non avrebbe dovuto essere uccisa.
Un macellaio finalmente arrivò alle 19:30 e sparò alla mucca. Il suo corpo fu venduto per 307 dollari.
Quando un operaio del macello fu intervistato da un reporter del Kentucky Post, disse: "Non le abbiamo fatto nulla, dannazione!", e definì le attenzioni rivolte alla mucca dagli altri operai e dalla polizia come "stronzate". Rise durante tutta l'intervista, dicendo che non c'era nulla di male nel modo in cui la mucca era stata trattata.
Questo non è un caso isolato. È molto comune che arrivino animali in questo stato, tanto che è esiste un termine ben preciso per definirli, "downer", cioè animali feriti, che non sono in grado di alzarsi e camminare (in italiano si possono definire animali "a terra").

Secondo le statistiche rese disponibili dalla stessa industria della carne, ogni anno milioni di polli, tacchini, maiali e mucche arrivano nei macelli o già morti oppure troppo malati o feriti per camminare. Gli animali spesso si azzoppano o si ammalano dopo una vita di sfruttamento negli allevamenti intensivi, e dopo un viaggio in condizioni disumane verso il mattatoio, viaggio che spesso avviene in qualsiasi condizione climatica e senza cibo né acqua.
Gli allevamenti non forniscono cure mediche individuali o eutanasia agli animali malati: è molto più economico lasciar soffrire ed infine morire gli animali
Il brano seguente è tratto dall’articolo 90 maiali soffocati in un TIR: quanta sofferenza finisce nei nostri piatti?” [Fonte: www.unblogindue.it].
«E’ di ieri la notizia della morte di 90 maiali stipati in un tir che, dalla Catalogna, li portava in Sardegna per la macellazione.
Un viaggio di crudeltà inaudita: 180 suini del peso di circa 100kg ciascuno caricati su un autoarticolato partito da Agramunt, Spagna, il 21 agosto, imbarcatosi alle 17 del 22 da Livorno e arrivato il giorno dopo ad Olbia, alle 5 del mattino del 23 agosto.
Gli agenti della Polizia stradale di Cagliari, uniti ai veterinari della ASL, sono intervenuti all’arrivo del TIR al mattatoio di Settimo San Pietro. Quando l’autista ha aperto i portelloni hanno trovato 90 maiali deceduti, alcuni anche in stato avanzato di decomposizione, segno di una morte avvenuta molte ore prima. Quelli sopravvissuti erano in grave sofferenza a causa della disidratazione: sono stati rifocillati dai veterinari e si sono rimessi, anche se il destino della macellazione li attende.
Per tutta la durata del viaggio, è stato accertato dagli agenti, le ventole di aerazione, che per legge devono funzionare per impedire il surriscaldarsi del vano di carico del bestiame, sono rimaste ferme e non è mai stata somministrata neppure un goccia d’acqua alle povere bestie.

L’autista se la caverà con 2000 euro di multa e una denuncia per maltrattamento di animali, ma questo caso che sembra ormai archiviato merita una riflessione più profonda.
E’ tollerabile tutto questo? E’ giusto infliggere queste torture agli animali, solo perchè sono comunque destinati alla morte per finire nei nostri piatti?
E’ un problema che va analizzato sotto due punti di vista, quello etico e quello sanitario.
E’ eticamente corretto infliggere sofferenze gratuite ad esseri viventi? Anche se sono stati concepiti per diventare cibo per gli umani è giusto fargli vivere una vita di reclusione in gabbie, di annientamento dei loro istinti, di puro terrore nell’avvicinarsi alla morte?
E a livello di salute, quanto può essere nutriente la carne di animali stressati, impauriti, imbottiti di antibiotici e terrorizzati? Quale effetto hanno, nel nostro organismo, le endorfine e l’adrenalina rilasciate nelle carni dagli animali impauriti? […]»

E la morte che attende gli animali, una volta giunti nei macelli, è una morte violenta. In generale, quelli che si rifiutano di entrare, vengono percossi ripetutamente e obbligati con pungoli elettrici, applicati nei punti più sensibili.


La legge prevede che gli animali siano storditi prima di venire sgozzati o decapitati, ma, a causa dell’altissimo numero di uccisioni previste dalle linee di macellazione e praticate giornalmente, spesso lo stordimento degli animali non viene effettuato in maniera corretta, per cui essi sono ancora coscienti quando vengono macellati. Un addetto di un macello americano, nel corso di un’intervista [Fonte: http://www.agireora.org/], ha dichiarato che almeno il 15% degli animali muore ogni giorno “pezzo dopo pezzo”, roteando gli occhi e dimenando la testa mentre viene tagliato coi coltelli e le seghe elettriche, e che alcuni suoi colleghi usano protezioni da hockey per non subire gravi lesioni dagli animali agonizzanti.
Nel caso dei bovini, gli animali vengono storditi con una pistola a proiettile captivo, che viene sparato nella scatola cranica degli animali e che dovrebbe provocarne l’incoscienza, agganciati per una delle due zampe posteriori, sollevati da terra, sgozzati con un lungo coltello e fatti a pezzi con seghe elettriche; i filmati girati nei macelli, mostrano come, molte volte, gli animali, appesi per una sola zampa, scalciano e si muovono; quindi sentono il dolore derivante dal fatto che il loro enorme peso strazia quell’unica zampa… sono ancora coscienti… e, senza pietà, verrà loro tagliata la gola…


I maiali, invece, vengono storditi con scosse elettriche, che, anche in questo caso, molto spesso, non ottengono il risultato voluto, per cui, una volta appesi per le zampe posteriori, vengono sgozzati ancora coscienti, mentre soffrono di lacerazioni muscolari e stridono per il panico e il dolore, e, sempre coscienti, vengono gettati in vasche di acqua bollente; quando se ne esaminano i polmoni, spesso si vede che contengono sia sangue che acqua, il che dimostra che gli animali erano ancora vivi e hanno respirato acqua bollente, quando sono stati gettati nelle vasche.

Stessa sorte, spesso, tocca ai polli, che vengono appesi a testa in giù per le zampe, ancora vivi e coscienti, storditi con l’ossido di carbonio, sgozzati o decapitati e buttati in vasche di acqua bollente per essere spennati.



La morte dei pesci - se possibile - è anche peggiore di quella di mammiferi e uccelli e avviene per asfissia, dopo una lunga agonia, che, a volte, si conclude solo tra il ghiaccio del banco della pescheria; alcuni pesci vengono spellati ancora vivi.


I molluschi, come le vongole, e i crostacei, come le aragoste, vengono gettati vivi nell’acqua bollente.


Ora, diversamente da quanto comunemente si è portati a credere, tutti gli allevamenti, quelli intensivi e non, compresi quelli biologici, nonché quelli di mucche da latte e di galline ovaiole, comportano, non solo lo sfruttamento, ma anche l’uccisione degli animali.

Il latte e i latticini, anche se biologici, sono il risultato di un ciclo produttivo che prevede la morte di mucche e vitelli, bufale e bufalini, pecore e agnelli, capre e capretti. Le mucche possono vivere da 20 a 40 anni, ma negli allevamenti sono macellate - in genere dopo circa 7 anni - quando la loro produzione di latte diminuisce. Le mucche da latte, all’età di circa due anni, partoriscono il primo vitello, iniziando così la produzione di latte: come tutti i mammiferi, senza partorire non produrrebbero latte; esse sono, quindi, inseminate artificialmente e, dopo 3 mesi dalla nascita del piccolo, sono nuovamente incinte, perché i produttori devono assicurarsi che abbiano una gravidanza l’anno per mantenere la lattazione; questa comincia dopo il parto e termina 2 mesi prima del parto successivo (mesi di “asciutta”), per cui le mucche da latte allattano e sono contemporaneamente incinte per circa 7 mesi l’anno; come se non bastasse, attraverso la selezione genetica, una dieta specifica e l’uso di macchine mungitrici, esse sono spinte a produzioni di latte sempre maggiori. L’enorme quantità di latte che sono costrette a produrre (pari a 10 volte quello necessario, in natura, per nutrire il vitello), la mungitura meccanica e le scarse condizioni igieniche degli allevamenti provocano l’insorgenza di mastiti, dolorose infiammazioni delle mammelle, in un terzo delle mucche da latte degli allevamenti. Il peso delle mammelle, unito all’insufficienza della lettiera sulla quale le mucche si sdraiano, danneggia gravemente gli arti posteriori, causando abrasioni e infiammazioni alle articolazioni, che, trascurate, portano a gravi zoppie; a queste ultime, che colpiscono il 25% degli animali, concorre anche la somministrazione, per aumentare la produzione di latte, di proteine molto concentrate, le quali provocano una condizione di acidosi che porta a perdite di sali minerali dalle ossa. Le mucche da latte sono animali così sfruttati e debilitati che spesso, a fine carriera, non si reggono nemmeno più in piedi, da cui la denominazione di ‘mucche a terra’ (a questo proposito, si veda il brano precedentemente riportato). Esse, molto spesso, non vengono macellate o sottoposte a eutanasia in loco, come previsto dalla legge, ma caricate su camion e trasportate al macello (questo perché il trasporto dell'animale già morto ne ridurrebbe notevolmente il valore). Sono state raccolte testimonianze secondo cui, tra i metodi praticati per caricare le mucche sui camion, rientrerebbero: sollevare gli animali, con la pala di un trattore o con un elevatore a forca o ancora con due cinture fatte passare sotto la pancia, per poi scaricarli all'interno del camion, piuttosto che farli rotolare su una piattaforma, trasportata poi con un elevatore a forca nel camion, e lasciarli rotolare giù dalla piattaforma; ovviamente queste pratichetutte fuorilegge - provocano lesioni, soprattutto alle zampe e alle mammelle: quelle mammelle un tempo così preziose…



I piccoli vengono tolti alla madre subito dopo la nascita, affinché non ne bevano il prezioso latte destinato all’industria - un’esperienza terrificante per qualsiasi neonato - e continuano a cercarla per molto tempo dopo la separazione; essi sono destinati, se femmine, a seguire il destino delle madri, se maschi, all’ingrasso e quindi al mattatoio: a pochi mesi di vita (vitello da carne bianca) o dopo due anni (manzo).

Le mucche, quando vengono separate dal vitello che hanno appena partorito, spesso manifestano i propri sentimenti di disperazione con incessanti richiami e muggiti, che durano per giorni, dopo che è stato loro tolto il piccolo. La studiosa Nancy Curtis riporta di aver visto una mucca così disorientata per la perdita del vitello, che, a distanza di un mese, tornava ancora sul luogo della nascita, cercandolo e chiamandolo.

A differenza dei vitelli, degli agnelli e dei capretti, che, essendo abitualmente mangiati, hanno la “fortuna” di vivere qualche tempo (solo 22 giorni, gli agnelli e i capretti), i bufalini, solo in piccolissima percentuale vengono cresciuti per la loro carne, mentre nella maggior parte dei casi vengono soppressi subito dopo la nascita con metodi brutali: soffocati buttando loro della paglia in gola, sotterrati vivi, buttati nella fossa del letame o semplicemente allontanati dalla madre e lasciati morire di fame.

Anche la produzione di uova comporta la morte delle galline e dei pulcini maschi. Le galline ovaiole vivrebbero 15 anni, ma in tutti gli allevamenti, anche in quelli a conduzione familiare o amatoriale, non solo in quelli intensivi, vengono uccise non appena il numero di uova diminuisce, di solito intorno ai 2 anni di vita. I pulcini maschi, inutili al ciclo riproduttivo, vengono gettati vivi in apposite macchine tritacarne per diventare mangime, carbonizzati su piastre elettrificate, soffocati, gasati o semplicemente lasciati morire accatastati in grandi mucchi.



In alcuni casi, vengono macellati come polli, dopo aver vissuto alcune settimane (meno di 6, mentre in natura potrebbero vivere fino a 7 anni), in capannoni affollatissimi, spesso immobilizzati da fratture e malformazioni ossee, causate dall'alimentazione forzata, la quale
induce un aumento troppo veloce del peso che le ossa non riescono a sostenere. 


La mancanza di una crescita armoniosa provoca anche patologie cardiache, come la sindrome della morte improvvisa - malattia nota solo all'interno degli allevamenti intensivi - un collasso cardiaco acuto, i cui sintomi sono improvviso e vigoroso sbatter d’ali, contrazioni muscolari, perdita dell’equilibrio e morte, e asciti, che, invece, sono precedute da una lunga agonia e sono causate dal fatto che, per la rapida crescita del volatile, la parte destra del cuore si allarga per consentire un aumento del trasporto sanguigno, per cui il respiro si fa più rapido, i polmoni si congestionano, le funzioni epatiche ne risentono, l’addome si gonfia di liquido e aumenta il rischio di insufficienza cardiaca.


Il trattamento che riserviamo agli animali da allevamento è fortemente diseducativo per i bambini, ai quali forniamo una visione del mondo violenta e prepotente, in cui i più forti possono dominare i più deboli, nonché del tutto incoerente, visto che - giustamente - li stimoliamo a trattare con rispetto gli animali domestici, ma poi trasmettiamo loro l’idea che, di tutti gli altri, possiamo fare ciò che vogliamo. La differenza di trattamento riservato agli animali d’affezione, che vivono nelle nostre case, e agli animali da allevamento, che finiscono sulle nostre tavole, sta solo nell'abitudine, non nella morale.


«Siamo capaci di tenerezze verso il gattino di casa che riempiamo di coccole, ma quando si tratta di animali non domestici, di animali nel mondo, non riusciamo a vederli come esseri viventi che, come noi, hanno diritto a nascere e crescere su questo pianeta.»
- Dacia Maraini –


«Non c’è una differenza biologica fra animali. Perché allora ci fa orrore il pensiero di mangiare il nostro cane, ma massacriamo ad ogni Pasqua centinaia di agnelli per fare festa?»
- Umberto Veronesi –




Va, infine, sottolineato – come, d’altra parte, ribadito da molti illustri personaggi - che dalla sistematica violenza verso gli animali nasce la maggior parte delle altre forme di violenza e di sopraffazione.

«Un bambino che impara cosa sia la violenza contro le creature viventi è più predisposto a stuprare, abusare ed uccidere altri esseri umani quando sarà adulto.»
- Kellert e Felthous psicologi -

«Coloro che uccidono gli animali per cibarsene saranno più inclini a torturare ed uccidere i loro simili. […] Gli uomini continueranno ad ammazzarsi fra loro fintantoché massacreranno gli animali.»     
- Pitagora –

«A forza di sterminare animali, si è capito che anche sopprimere l'uomo non richiede un grande sforzo.» 
- Erasmo da Rotterdam -

«Quale mortale penserebbe di maltrattare una creatura umana, se verso esseri che non sono della sua razza e della sua specie avesse costantemente professato la dolcezza e l'umanità?»
- Plutarco, "Del mangiar carne" –




Testi consultati

Capire e rispettare gli animali” postfazione di AgireOra Network al fumetto “(R)Evolution – La rivolta dei maiali” di Andrea Malgeri
Gli allevamenti, i trasporti e il vegetarismo”  OIPA
L’idea Vegetariana” mensile n.196 dell’Associazione Vegetariana Italiana
Riflessioni sul benessere animale e le problematiche ambientali connesse” Tesi di laurea triennale di Eva Chiara Carpinelli


Link consultati

www.agireora.org
animaliamici.wordpress.com/
www.animals-angels.de/
http://www.antispec.org/
http://www.goveg.com/
www.laverabestia.org
www.mednat.org/agri/allev_intensivii.htm
www.oltrelaspecie.org
www.saicosamangi.info
www.vegfacile.info
violenzaintensiva.blogspot.com/2010_05_01_archive.html
www.viverevegan.org